Bruno Pozzato


Come amare gli Impressionisti e tutti gli altri “ismi” e non copiarli: ecco il problema di Leone Modafferi che, in ogni modo, ha saputo cogliere da alcuni maestri dell’Ottocento e del primo Novecento, stimoli creativi convincenti. I suoi dipinti sono caratterizzati da ampie e compatte masse di colore distese su visioni prospettiche semplificate al massimo. Più che contra sti cromatici é corretto parlare di accostamenti netti, dal tonalismo perentorio eppure armonico.
Ci avverti dentro i colori caldi d’un Van Gogh o d’un Matisse, il linearismo d’un Adami e di un Modigliani. Sa esprimere lirica mente bene le modulate pianure del Nord Italia accostate a quelle che digradano dolcemente verso i mari del Sud: la Calabra, in primo luogo, sua patria d’origine.
E potremmo aggiungere: come guardare ai Paesisti piemontesi e ai Macchiaioli toscani ed essere moderni. La ricerca di Modafferi si muove in questa direzione. Dall’una e dall’altra scuola sa estrapolare l’anima inquieta e innovativa che le renderà famose nella storia dell’arte. Un dipinto, per lui, é arte solo quando e nel momento in cui, dato uno sguardo ammirato alla tradizione, vi inserisce sé stesso, la sua creatività, la sua cultura, la sua essenza poetica. I Paesisti piemontesi, soprattutto quelli della Scuola di Rivara, erano alla ricerca di una “pittura naturalistica e antiaccademica”, costituivano un movimento anti, ossia contro il copismo, la ripetitività, il manierismo. A loro volta i Macchiaioli si sono affermati invece, tra mille difficoltà e grande forza, proponendo “una pittura antiaccademica atta a produrre l’impressione del vero”.
Nella sostanza, l’operazione pittorica, secondo il linguaggio di Leone Modafferi, non riproduce, ma produce la sensazione. Privilegia cioè, alla maniera degli Espressionisti, l’interiorità piut tosto il fatto visivo: una realtà naturalistica in posa. Va anche detto che Leone non si pone problemi di “lana caprina” quando prende pennelli e colori in mano.
Come gli artisti della migliore tradizione italiana, si propone di esprime quanto ribolle nella sua anima difronte alla luce che inonda lo spazio e la vita,
Ed è piuttosto singolare constatare come un artista come lui sappia occultare la fatica e i costi a volte dolorosi del fare arte dietro queste visioni incantate dove lo spazio e i colori sembrano inneggiare alla libertà.
In questo solco s’é inserito, con coraggio e umiltà, Leone Modafferi, gettando le basi di uno stile personale sobrio e al tempo stesso sereno, mai cadendo nella banalità del naiff contemporaneo. Egli é una bella sorpresa nel panorama artistico biellese. Più che impressioni egli dipinge emozioni, dà forma e colore ai suoi stati d’animo, inventa i luoghi della sua memoria e dei suoi desideri.
Sono vedute di ampio respiro, solari, luminose, più mentali che reali, dai rilievi dolci, appena pronunciati e dal vago sapore poetico. Luoghi in cui regnano, insieme ad una luce trionfante, distensione e pace, oltre che il senso moderato d’una felicità sempre cercata e non ancora trovata: atmosfere idilliache che evocano i racconti “infantili” di Gianni Rodari e le favole del grande Apuleio, e al tempo stesso glorificano il paesaggio mediterraneo, ricco di umori antichi, di culture e di civiltà diverse.

Biella, 2005
Bruno Pozzato
Critico d’Arte

www.leonemodafferi.it